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Retreat per freelance a Bolzano

    Quando fermarsi diventa la scelta più coraggiosa

    Sai quando prendi una decisione per un motivo, e poi ti ritrovi dall’altra parte con tutt’altro in mano?
    Ecco, è quello che mi è successo a Bolzano.

    Quando ho deciso di partecipare al retreat per libere professioniste organizzato da Roberta Creazzo, avevo in mente un motivo molto pratico: fare ordine nel mio business, pianificare i prossimi mesi, sistemare l’offerta, riallineare la direzione. Era una scelta da manuale: funzionale, concreta, utile, il tipo di cosa che metti in agenda e spunti soddisfatta.

    E invece, tra quel motivo iniziale e le vere necessità che sono emerse, c’era un oceano in mezzo. Sono arrivata a Bolzano pensando di sistemare strategie e numeri, e invece ho ritrovato me stessa. E no, non è una frase fatta, è proprio quello che è successo.

    Lo spazio mentale che manca quando lavori da sola

    Roberta ha fatto quello che le riesce meglio: creare spazio, uno spazio vero, mentale ed emotivo. Lo ha fatto con la sua presenza solida e intelligente, e con la scelta di un luogo che parla da solo: il CoviLng Franz und Mathilde, una casa-non-casa sospesa tra cura e silenzio.

    Devi vederlo per capire: il legno, la luce che entra morbida, i dettagli che non sono messi lì a caso ma che ti accolgono davvero, quel senso di intimità che ti fa togliere le scarpe ma anche le maschere. Appena entri, capisci che puoi lasciarti cadere, e io, onestamente, ne avevo un bisogno disperato.

    Perché ero stanca, e quando dico stanca non intendo tipo “mi serve un weekend di pausa e torno nuova”, no, ero stanca nel midollo, mentalmente satura, emotivamente scollegata, con la sensazione di essere in funzione automatica da mesi. Sai quella modalità in cui fai tutto quello che devi fare, ma non senti più niente? Ecco, quella. Il classico burnout da libera professionista che nessuno chiama per nome.

    Sto facendo lo slalom tra problemi familiari che non si risolvono da un giorno all’altro, questioni relazionali che ti succhiano energia anche quando non ci pensi attivamente, lavoro da portare avanti con le sue scadenze e le sue richieste, contenuti da scrivere perché se non sei visibile sparisci, clienti da sostenere perché fanno affidamento su di te, eventi da organizzare perché hai detto di sì e ora devi mantenere. E mentre tengo tutto in equilibrio o almeno ci provo mi sono persa di vista, completamente.

    Pensavo di essere una foglia nel vento, una di quelle autunnali, belle da vedere ma secche, che girano in tondo, leggere solo in apparenza, ma in realtà trascinate. Mille impegni, nessuna radice. Mi sembrava di essere in movimento, ma senza direzione, come quando cammini veloce per strada ma poi ti fermi e pensi: “aspetta, ma dove sto andando?”

    Invece, proprio fermandomi, rallentando, respirando cose che sulla carta sembrano banali ma che quando le fai davvero ti cambiano proprio — ho ricominciato a sentire. Non mi mancava un piano, mi mancava uno spazio per ascoltare davvero, per capire cosa mi stava parlando da sotto la superficie, per smettere di aggiustare al volo e iniziare a scegliere con intenzione.

    E lì, in quel silenzio pieno di presenza (non il silenzio vuoto che ti mette ansia, ma quello che ti fa compagnia), mi sono accorta che non ero persa, solo disallineata, come quando hai la schiena storta e non te ne accorgi finché qualcuno non te lo fa notare. E che bastava poco — un passo indietro, un respiro più lento per tornare in contatto con me stessa.

    Lasciare andare per scegliere meglio

    Mi sono vista con occhi nuovi, e non è stata una di quelle esperienze mistiche da film, eh, è stato più tipo: guardo la mia vita dall’esterno e mi chiedo “ma chi te lo fa fare di portarti dietro tutta questa roba?”

    Mi sono resa conto di quante cose mi stavo ancora trascinando: idee vecchie che non mi entusiasmano più ma che tengo lì “perché magari un giorno”, offerte che non mi rappresentano più ma che continuo a proporre perché “in fondo qualcuno le compra”, scelte che continuavo a portare avanti solo perché “ormai le ho fatte”.

    Invece no, lasciare andare non è mollare, è scegliere meglio, è dire: questo non mi serve più. È smettere di restare fedele a una versione passata di te solo perché l’hai costruita con impegno, è sapere che puoi voler bene a quello che hai fatto e decidere lo stesso di lasciarlo andare. Tipo quando tieni un vestito nell’armadio che non metti da anni ma non lo butti perché “mi costava tanto” o “ero così felice quando l’ho comprato”. Ecco, uguale.

    Tutto questo è successo anche perché lì, in quella casa, non ero sola, e qui devo dirti una cosa: il confronto con le altre partecipanti ha acceso qualcosa che nessuna analisi da sola, nessun corso online, nessuna sessione di journaling avrebbe mai fatto.

    Eravamo donne diverse per percorsi, esperienze, sogni, età, settori, ma sotto la superficie… tutte, davvero tutte, avevamo addosso la stessa fatica: quella di dovercela cavare sempre, la stanchezza di non potersi mai dire “non lo so”la solitudine di chi fa tutto con la testa alta ma dentro sente che qualcosa scricchiola. E non è nemmeno che ne abbiamo parlato subito apertamente, ci siamo riconosciute prima di parlare, quella cosa che succede quando incroci lo sguardo di qualcuna e capisci che sa, che non devi spiegare, che puoi anche non dire niente e va bene lo stesso. E quella vicinanza autentica, concreta, non patinata da Instagram ha fatto da ponte tra quello che sapevamo già e quello che non avevamo mai avuto il coraggio di dirci ad alta voce.

    La solitudine della freelance che fa tutto da sola

    Una delle cose più forti per me è stata vedere chiaramente, nero su bianco nella mia testa, quanto abbiamo bisogno di parlare con chi ci capisce davvero, e non parlo di chi ti dice “brava” o “vai così”, che va bene anche quello, per carità, parlo di chi sa.

    Perché se ti confronti sempre con le stesse persone che magari ti vogliono anche bene, che ci mancherebbe, ma non sanno cosa vuol dire stare in piedi da sola con partita IVA e una testa piena di idee che devi trasformare in soldi veri per pagare l’affitto prima o poi la ragione degli scemi è sempre dietro l’angolo. Ti convinci che il problema sei tu, che non sei abbastanza brava, abbastanza veloce, abbastanza strategica, che dovresti fare come fanno “tutti gli altri” (che poi chi sono questi tutti gli altri, boh).

    Ogni tanto serve qualcuno che ti guardi e ti dica: “non sei tu che non funzioni, stai solo crescendo, e fa rumore”. Serve qualcuna che ti ricordi che stai facendo un lavoro difficile, che è normale essere stanca, che non sei l’unica a sentirti così.

    Poi, in tutto questo, c’è una verità che io ho capito da tempo ma che vedo troppe persone rifiutarsi di vedere: non ce l’ho fatta da sola.

    E so che questa è dura da sentire, soprattutto se sei una di quelle che si ripete a nastro che si è fatta il mazzo, che ha studiato, lavorato, sacrificato weekend e serate, che si è fatta un culo così per costruirsi la vita che sognava, che è stata tosta, testarda, che non ha mollato quando tutti le dicevano di lasciare perdere. Lo so, perché ci sono passata. E proprio per questo ti dico: è una bugia che ci raccontiamo, quella del “ce l’ho fatta da sola”.

    E sai cosa vorrei davvero? Che questa lucidità arrivasse a chi di anni ne ha meno di 42, a chi è all’inizio della propria attività, prima che si debba spaccare la schiena per capirlo. Perché è esattamente quello che faccio nei miei percorsi, dirti: 

    Anticipare dove può esserci un problema, una difficoltà, e darti gli strumenti per affrontare l’ostacolo senza lasciarci l’osso del collo. Non perché io sia più brava, ma perché sono passata da lì, ho sbattuto la faccia, e adesso so dove guardare.

    Perché se oggi sono qui a scrivere tutto questo, se non ho mollato nei momenti in cui avrei voluto mandare tutto a quel paese, è ANCHE perché qualcuna mi ha tenuto su quando io stavo traballando.
    Non sempre in modo eclatante, eh, non sono cose da film: a volte è stata una frase, altre una scelta, altre ancora solo il fatto di restare lì, presente.
    Una cliente che ha creduto in me prima che io fossi convinta, una collega che mi ha detto “questa cosa che fai serve” in un giorno in cui mi sembrava di non servire a niente, una persona che mi ha fatto una domanda scomoda ma giusta, che mi ha costretto a guardarmi allo specchio, una mail che è arrivata nel giorno sbagliato ma ha fatto la cosa giusta: mi ha fatta restare.

    Allora sì: forse dovremmo imparare anche a essere riconoscenti a queste persone, non con grandi gesti tipo regali o dediche pubbliche, ma con uno spazio nella memoria, e ogni tanto con un messaggio che dica: grazie.
    Non ci hanno salvate, perché non è quello il punto, ci hanno affiancate mentre stavamo provando a salvarci da sole. E magari, in un momento qualsiasi, sei stata tu quella per qualcun’altra, anche senza saperlo, anche solo con una parola, anche solo stando.

    Proteggere l’energia quando lavori in proprio

    Ma in tutto questo, c’è anche il lato opposto, e qui devo parlare di una cosa che mi sta particolarmente a cuore perché ci sono passata troppo spesso.

    Ci sono persone che ti confondono, che ti svuotano con gentilezza, che ti smontano con un sorriso, quelle presenze ambigue che sembrano supporto ma ti lasciano sempre un dubbio addosso, un senso di inadeguatezza che non sai bene da dove viene ma che ti resta appiccicato per giorni.

    L’aspide travestito da gattino, lo chiamo io, quello che ti fa sentire sempre “un po’ troppo” o “non abbastanza”, ma con stile, che ti dice “no ma tu sei brava, però…” e poi arriva il colpo, che ti fa complimenti che in realtà sono confronti, che ti chiede come va, ascolta la risposta, e poi in qualche modo riesce a farti sentire sbagliata.
    Quella che pensa che stai sbagliando tutto ma non te lo dice, perché “vabbè, ci arriverà anche da sola” e intanto ti guarda con quel sorrisetto di superiorità che ti fa venire voglia di urlare.

    Così ho deciso proprio lì, a Bolzano, con una chiarezza che mi ha sorpreso che non ho più spazio per dinamiche così, perché la mia energia non è un extra, non è qualcosa che avanza e che posso sprecare in relazioni che mi consumano. È il carburante del mio lavoro, è quello che mi fa alzare la mattina e dire: oggi faccio questa cosa. E io voglio usarla per crescere, non per difendermi.

    Investire su se stesse non è uno spreco

    E poi c’è un’altra cosa che ho visto, sia dentro di me che nelle altre donne che erano lì con me, una cosa che noto spesso intorno a me e che mi fa arrabbiare: troppe freelance brillanti, capaci, piene di talento, che vogliono fare il salto ma vivono ogni spesa come una minaccia.

    Ogni investimento su se stesse è un dramma, ogni collaborazione è un’emorragia temuta, ogni forma di supporto un corso, una consulenza, una persona che ti aiuta è una colpa da giustificare. “No ma non me lo posso permettere”“no ma faccio da sola”“no ma chi me lo fa fare di spendere questi soldi”. E intanto fanno tutto da sole, si svuotano, si appesantiscono, si incastrano, si trovano a fare cose che non gli competono, che non gli piacciono, che gli rubano tempo ed energia, solo per non pagare qualcuno.

    Quello che vorrei urlarlo forte: il vero lusso oggi non è pagare qualcuno, è avere spazio mentale per scegliere, per creare, per costruire qualcosa che non ti consumi ogni giorno, per fare le cose che sai fare davvero bene, quelle per cui ti pagano, quelle che ti accendono.

    E se il prezzo da pagare per avere quello spazio è un bonifico, allora ben venga, non è uno spreco, è un investimento su di te. Perché non sei fatta per resistere, sei fatta per vivere il tuo lavoro con presenza, e per farlo, devi smettere di fare tutto da sola pensando che chiedere aiuto sia un fallimento.

    Tornare, riconoscersi, ripartire

    Sono tornata diversa, ma non trasformata, non è che sono partita confusa e sono tornata illuminata con tutte le risposte, non funziona così, almeno per me.

    Più che cambiata, mi sono riconosciuta: ho ritrovato pezzi di me che avevo messo in un cassetto perché non sapevo più dove metterli, ho visto con chiarezza cosa voglio tenere e cosa posso finalmente lasciare andare senza sensi di colpa, ho capito che non devo avere tutto sotto controllo, che va bene non sapere, che posso anche dire “non ce la faccio” senza che il mondo crolli o senza sentirmi una fallita.

    Questo, per me, è il vero punto di svolta, non le strategie o i piani d’azione, ma il ritrovarmi. Non ho tutte le risposte, non ho un piano perfetto stampato e plastificato, non ho risolto tutti i problemi che mi porto dietro.

    Se i prossimi mesi non saranno impeccabili… amen, saranno autentici, e mi somiglieranno, e saranno fatti con la consapevolezza di chi sa dove sta andando anche se non ha ancora chiari tutti i passi. Perché a volte non serve sapere esattamente come fare una cosa, serve sapere perché la stai facendo. E io, adesso, lo so (di nuovo).

    Questo, per ora, mi basta. Anzi no, è più di abbastanza, è esattamente quello di cui avevo bisogno e forse anche quello che cercavo senza saperlo quando ho prenotato quel treno per Bolzano.

    E tu? Dove sei in questo momento?

    Se mentre leggevi hai sentito quella stretta allo stomaco, quel “ma sta parlando di me”, fermati un attimo. Non serve prenotare un retreat (anche se magari ti farebbe bene) ed in questo caso citofona a Roberta subito che i posti vanno via come il pane.

    Serve solo che tu ti prenda il permesso di fermarti, di guardarti davveroe di chiederti: cosa sto trascinando che non mi serve più? Chi sto ascoltando che mi sta svuotando? E soprattutto: quando è stata l’ultima volta che ho fatto qualcosa per me, non per il business, non per i clienti, ma proprio per me?

    Non devi avere risposte adesso. Ma se questa domanda ti fa sentire qualcosa, qualsiasi cosa, forse è il momento di darle spazio. Anche solo per vedere cosa emerge.

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