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La prima volta che ho facilitato una mastermind con perfetti sconosciuti (e cosa ho imparato)

    Storia di due mastermind a Genova, dell’esercizio che svela se un’idea ha gambe vere, e di perché la responsabilità condivisa cambia tutto.

    Ciao, sono Anna e ho la fissa di creare connessioni.

    Non è una cosa che mi sono inventata ieri per sembrare interessante sui social, è proprio una caratteristica mia che a volte rasenta l’ossessione. Quindi ti puoi immaginare quanto posso aver rotto l’anima a Monia e Samuele per portare Konnecta a Genova.

    Voglio dire, avevo visto quello che stavano costruendo, questa community di professionisti che si incontrano davvero, che fanno networking in modo autentico e non nella versione “ti passo il biglietto da visita e non ci sentiamo mai più”, e ho pensato: questa cosa DEVE arrivare a Genova.

    Missione compiuta.

    E sentendomi Super Mario (no, io Principessa Peach mai, quello è un personaggio noioso), ero pronta per il livello successivo: facilitare le prime mastermind a Genova.
    Due incontri da (circa) due ore ciascuno, 10 persone totali che non avevo mai visto in vita mia se non per uno spritz veloce a un evento Konnecta, e la responsabilità di farle uscire da quella stanza con azioni concrete e non con la solita sensazione di “bello l’evento ma adesso torno a casa e tutto come prima”.

    Ti racconto cosa è successo davvero in quelle stanze, perché credo sia la storia più bella che potessi portarmi a casa da questa esperienza.

    Cos’è davvero una mastermind (senza paroloni)

    Prima di buttarci nel racconto, facciamo una cosa: chiariamo cos’è una mastermind. Perché sento questo termine usato per tutto e per niente, da “ci vediamo a prendere un caffè” a “gruppo segreto di illuminati del business” (per la cronaca non è nessuna delle due).

    Versione semplice: prendi 5-6 professionisti che non si conoscono, li metti intorno a un tavolo e dici “Ok, adesso vi smontate le idee a vicenda. Con gentilezza, ma ve le smontate”. Una mastermind è essenzialmente questo: un gruppo di persone che si incontra per lavorare su progetti concreti, portare competenze diverse allo stesso tavolo e soprattutto, ed è la parte più preziosa secondo me, dirsi le cose come stanno.

    Senza i filtri da social network dove tutti sono sempre felici e vincenti. Senza il “ma sì dai, bellissima idea” detto per educazione quando in realtà pensi “questa persona si sta infilando in un casino”. È il posto dove finalmente qualcuno ti guarda negli occhi e ti dice: “Guarda, questa cosa che vuoi fare è figa sulla carta, ma nella pratica hai pensato a quanto ti costerà in termini di tempo, energia e sanità mentale?”.

    La differenza con il networking tradizionale? Nel networking normale scambi biglietti da visita, fai bella figura, racconti la versione Instagram del tuo business, quella dove tutto va bene e stai crescendo al 300% annuo. In una mastermind invece porti i progetti ancora in progress, quelli che non hai voglia di mostrare al mondo intero, condividi i dubbi veri e le paure che normalmente tieni ben nascoste nel cassetto, e trovi persone che ti aiutano a vedere esattamente quello che non stai vedendo. E fidati, c’è sempre qualcosa che non stai vedendo.

    La prima mastermind: quando non conosci nessuno e devi farli parlare per due ore

    Organizzare la prima mastermind a Genova è stata una sfida anche per me, e io faccio questo di mestiere. Sono abituata a facilitare gruppi online nel mio programma di mentoring, lì conosco già chi ho davanti, ho già lavorato con loro individualmente, so quali sono i loro “opossumismi” preferiti (sì, ho coniato questo termine per descrivere tutti i modi creativi in cui le persone evitano di fare le cose), quali resistenze usciranno fuori, quali tasti non toccare e quali invece premere forte.

    Qui invece era tutto nuovo. Persone mai viste, uno spritz veloce a un evento Konnecta non conta come “conoscersi davvero”, ambiti di lavoro completamente diversi tra loro, e la responsabilità di guidarle verso azioni pratiche in sole due ore.
    La sfida non era tanto farle parlare, quello è facile, la sfida era farle parlare di cose vere, non della versione patinata di se stesse. Dovevo essere pronta a dire “ecco, forse questa idea sulla carta sembra geniale, ma nella pratica…” e sperare che non mi mandassero a quel paese.

    La prima ora è sempre la più difficile. Le persone si guardano, si annusano metaforicamente, cercano di capire se possono fidarsi. Io ho fatto quello che faccio sempre: ho rotto il ghiaccio con una verità scomoda. “Guardate, io sono qui per rompervi le scatole in modo costruttivo. Se cercate qualcuno che vi dica che siete bravissimi e che le vostre idee sono tutte geniali, siete nel posto sbagliato. Ma se volete capire davvero se quello che state facendo ha senso oppure se state solo perdendo tempo su cose inutili, allora stiamo per passare due ore molto interessanti”.

    Silenzio. Poi una risata nervosa. Poi si parte.

    Cosa è successo davvero in quelle due ore

    Due persone su cinque hanno capito che il loro progetto sulla carta poteva anche funzionare, ma come costi e risultati nella vita reale… molto meno. Una di loro voleva lanciare un servizio che sulla carta sembrava bellissimo, innovativo, tutto quello che vuoi. Ma quando abbiamo iniziato a spacchettare i numeri, il tempo necessario, l’energia da investire, è venuto fuori che per realizzarlo avrebbe dovuto lavorare 18 ore al giorno per sei mesi e alla fine guadagnare meno di quanto guadagnava già con il suo lavoro attuale.

    Boom.

    Realtà servita su un piatto d’argento, senza zucchero per addolcire la pillola.

    La parte bellissima? A dirlo non sono stata io. È stato il gruppo. Un’altra freelance che era lì aveva fatto esattamente lo stesso errore l’anno prima e ha raccontato com’era finita: burnout, soldi persi, clienti insoddisfatti perché non riusciva a starci dietro. Un altro partecipante che lavora in un settore completamente diverso ha visto subito il problema di sostenibilità dal suo punto di vista. E così via. Questo è il potere vero della mastermind: la verità arriva da più direzioni contemporaneamente e diventa impossibile da ignorare. Puoi anche decidere di andare avanti lo stesso con la tua idea, ma almeno sai esattamente in cosa ti stai cacciando.

    Un’altra persona ha avuto quello che io chiamo il “momento verità”: ha capito che il modo in cui si presenta al mercato non corrisponde più a chi è diventata realmente. Stava vendendo un servizio X mentre era ormai un’esperta di Y, e continuava a proporsi come “quella del servizio X” per abitudine, per paura di cambiare, perché “sono sempre stata quella che fa X”. Il gruppo gliel’ha fatto notare in modo così diretto che non poteva più negarlo. Ha accettato di dover trovare una nuova definizione di sé e del suo lavoro, e non è una cosa da poco.

    E poi c’era chi faceva l’opossum nell’organizzare il proprio primo workshop. Classico. Le scuse erano le solite: “Devo prima sistemare il sito”, “Non ho ancora il materiale perfetto”, “Aspetto il momento giusto”, “Prima devo capire meglio come funziona la fiscalità”, e potrei andare avanti all’infinito.
    Tutte scuse valide sulla carta, tutte completamente inutili nella pratica. Procrastinazione creativa di altissimo livello.

    Alla fine del primo incontro ognuno aveva la sua scaletta di azioni concrete da fare, con scadenza precisa, e l’impegno a confrontarsi dopo un mese.
    Questo è il potere della responsabilità condivisa: quando sai che dovrai rendere conto dei tuoi progressi non a me ma a quattro persone che si sono impegnate esattamente come te, l’opossum ha vita molto più dura.

    Il colpo di scena: quando i veterani incontrano i nuovi

    Qui la storia si fa interessante. Un mese dopo c’era un nuovo evento Let’s Konnect a Genova, nuove persone nella community di Konnecta. Avrei potuto fare due date separate: una per il seguito del primo gruppo e una completamente nuova per i nuovi arrivati. Ma ho pensato: quando nascono davvero le idee migliori? Quando ti confronti sempre con le stesse persone o quando ci si contamina?

    Ho deciso per la mastermind ibrida. Metà gruppo era formato da veterani che avevano già un incontro alle spalle, metà erano nuove leve. Rischio? Che i nuovi si sentissero intimiditi o che i veterani si annoiassero. Risultato? Esattamente l’opposto. È stata la mastermind più stimolante delle due.

    I “veterani” sono arrivati con le azioni fatte (la maggior parte), con nuove domande emerse nel mese di lavoro, con quella confidenza in più che ti dà l’aver già vissuto l’esperienza. I nuovi hanno portato energia fresca, domande diverse, punti di vista che i veterani non avevano considerato. E soprattutto, e questo è stato bellissimo da vedere, i veterani hanno fatto da specchio ai nuovi nel modo più potente possibile:Guarda, io un mese fa ero esattamente come te, facevo l’opossum su questa cosa, poi mi sono mossa e guarda cosa è successo”.

    Nessuno lasciato indietro. Non è un caso che il motto della mia tribù di opossum (così chiamo le persone che lavorano con me nel mentoring) sia “Ohana”, come in Lilo & Stitch.

    Sì, lo so, sembra sdolcinato, ma è vero: famiglia significa che nessuno viene abbandonato o dimenticato. E questa stessa dinamica si è creata anche qui a Genova con persone che si erano viste al massimo due volte.

    Le persone si sono presentate con le azioni fatte non perché io avessi mandato loro email di remind (non l’ho fatto), ma perché sapevano che il gruppo le aspettava. Sapevano che le altre persone avevano fatto la loro parte. E, onestamente, nessuno voleva essere quello rimasto fermo mentre tutti gli altri si erano mossi.

    L’esercizio che ha cambiato tutto: i tre cerchi della validazione

    Nel secondo incontro ho introdotto uno strumento che uso spesso nel mio lavoro di mentoring e che trovo incredibilmente potente per far capire alle persone se un’idea ha davvero gambe o se è solo bella nella loro testa. Si chiama “I tre cerchi della validazione” e serve proprio a questo: capire quanto della tua idea è visione personale, quanto è ipotesi non verificata, e quanto è realtà confermata dal mercato.

    Come funziona? Prendi un foglio grande e disegni tre cerchi concentrici, tipo bersaglio. Nel cerchio più interno, quello centrale, ci va “Cosa voglio creare IO”. Qui metti tutto: la tua visione dell’idea, perché TU pensi sia importante farla, cosa ti entusiasma di questo progetto, le tue motivazioni personali profonde, tutto quello che ti fa brillare gli occhi quando ne parli con un amico davanti a una birra. Questo cerchio è il più facile da riempire, tutti lo completano in cinque minuti con un entusiasmo pazzesco e gli occhi che luccicano.

    Nel cerchio medio, quello intermedio, entrano “Cosa PENSO serva al mercato”. Qui la storia si complica un po’. Ci vanno tutte le tue ipotesi su cosa vogliono i clienti, i problemi che CREDI di risolvere con la tua idea, come IMMAGINI che le persone useranno il tuo servizio o prodotto, quello che tu presumi sia il loro bisogno. Qui iniziano i tentennamenti perché ti accorgi che usi verbi al condizionale, parole come “penso che”, “dovrebbe”, “probabilmente”, “secondo me”. Tutto condizionale, tutte ipotesi, zero certezze.

    E poi c’è il cerchio esterno, quello più grande, “Cosa il mercato CONFERMA di volere”. E qui, ragazzi, arriva il difficile. Ma anche la parte più importante per validare davvero la tua idea e capire se stai costruendo un castello di carta o qualcosa di solido. In questo cerchio ci vanno: cosa dicono le persone REALI quando gli descrivi la tua idea (non i tuoi amici che ti vogliono bene, persone vere del tuo target), i problemi che LORO nominano spontaneamente senza che tu debba suggerirglieli, quanto sono disposti a pagare espresso con un numero concreto (non “sì, interessante” o “potrei essere interessato”, ma “ti do X euro per averlo”), e soprattutto le obiezioni che emergono quando gli proponi la tua soluzione.

    Le obiezioni sono oro puro, anche se fanno male. Anzi, soprattutto quando fanno male. Perché ti dicono esattamente dove la tua idea ha dei buchi, dove non hai considerato qualcosa, dove stai dando per scontato cose che scontate non sono.

    L’errore che tutti stavano facendo: battiscopa invece di soffitti

    Guardando i fogli compilati da tutti i partecipanti, è emerso un pattern chiarissimo. Ognuno aveva difficoltà in cerchi diversi, questo è normale. C’era chi non riusciva a trovare se stesso nel primo cerchio perché aveva un’idea nata più da “dovrei fare questo” che da un desiderio vero. C’era chi nel secondo cerchio ripeteva come un mantra “eh dipende però, per il costo dipende, per la struttura dipende” senza mai arrivare al dunque. C’era chi nel terzo cerchio aveva messo due feedback ricevuti sei mesi prima e li considerava validazione sufficiente per partire.

    Ma il problema comune, quello che accomuna praticamente tutti i freelance e professionisti con cui lavoro, era un altro: tutti si concentravano su un dettaglio minuscolo, perdendo completamente di vista il quadro generale. È come quando vai a vedere una casa in vendita. Entri, e invece di guardare la distribuzione degli spazi, la luce naturale, i soffitti affrescati meravigliosi, le finestre nuove di zecca che danno su un panorama mozzafiato, tu ti fissi sui battiscopa rovinati. E passi tutto il tempo della visita a pensare “oddio i battiscopa sono da rifare, che tragedia, forse non dovrei comprare questa casa”.

    I sintomi di questa sindrome da battiscopa sono sempre gli stessi: “Come faccio a vendere questo servizio se non ho ancora sistemato il logo?”, “Non posso lanciare il workshop finché non ho preparato 50 slide perfette con tutte le animazioni”, “Prima devo capire esattamente come funziona la fiscalità di questa cosa”, “Devo aspettare di avere il sito perfetto”.

    Dettagli, tutti dettagli. Battiscopa. Scuse eleganti, razionali, che suonano anche sensate quando le dici ad alta voce, ma che in realtà servono solo a una cosa: non fare il primo passo.

    Abbiamo dovuto fare un grande lavoro di zoom out. Alzare lo sguardo, guardare l’insieme, capire se la casa ha senso nel suo complesso prima di decidere se i battiscopa vanno cambiati o meno. E soprattutto capire se i battiscopa sono davvero un problema o se sono solo la scusa per non prendere una decisione.

    Il potere del gruppo si è visto proprio qui. Mentre io cercavo di far fare zoom out a una persona, gli altri quattro l’hanno fatto per lei in modo molto più efficace di quanto avrei mai potuto fare io. “Ma scusa, tu stai dicendo che non puoi partire perché non hai il logo perfetto, ma io il mio primo cliente l’ho preso con una grafica fatta su Canva in dieci minuti e gli è piaciuta pure”. Boom. Quando te lo dice una persona che è nella tua stessa situazione, che fa un lavoro simile al tuo, che ha le tue stesse paure ma si è mossa lo stesso, quello ti arriva dritto in faccia. E non puoi più nasconderti.

    Perché funziona così bene (e cosa ho capito sul lavoro di gruppo)

    Una cosa che ho capito in questi anni di lavoro, sia nelle mastermind di Konnecta che nel mio programma di mentoring dove le sessioni di gruppo sono una parte fondamentale, è che l’effetto specchio del gruppo è incredibilmente più potente di qualsiasi feedback io possa dare come mentor. Quando io ti dico “stai facendo l’opossum su questa cosa”, tu puoi pensare “vabbè, lei è la mentor, deve dirmi queste cose, è il suo lavoro rompermi le scatole”. E hai anche ragione.

    Ma quando sono altre quattro persone come te, con le tue stesse paure, le tue stesse resistenze, gli stessi dubbi esistenziali sul proprio valore professionale, a fartelo notare?
    Loro sanno esattamente cosa stai provando perché lo stanno provando anche loro. E quando una di queste persone ti guarda negli occhi e ti dice “guarda che stai facendo esattamente quello che facevo io tre mesi fa, e ti posso dire che è una perdita di tempo”, tu quella cosa la ascolti davvero.

    La cosa più liberatoria che succede in una mastermind, e questo l’ho visto sia a Genova che nelle mie sessioni mensili con la tribù degli opossum, è scoprire che quella paura che pensavi fosse solo tua in realtà è universale. “Non sono abbastanza esperto per chiedere quel prezzo”, “Chi sono io per fare questo workshop?”, “E se nessuno si iscrive?”, “E se poi si accorgono che non sono così brava?”.

    Tutte paure che sembrano personalissime, uniche, sintomo che forse non sei tagliato per fare questo lavoro.

    E poi vedi una freelance con dieci anni di esperienza, risultati pazzeschi, clienti importanti, che alza la mano e dice “anche io ho quella paura, ogni singola volta che devo mandare un preventivo mi viene l’ansia”. E lì qualcosa si smuove dentro. Capisci che non è un problema di competenza, non è che non sei abbastanza bravo. È un problema di mindset, di come ti vedi, di quanto credi di valere. E quello, quello si lavora insieme.

    Perché da soli è troppo facile convincersi che la tua voce interna che ti dice “non vali abbastanza” abbia ragione.

    C’è un’altra cosa che rende le mastermind così potenti, ed è la responsabilità verso il gruppo.

    Nel mentoring individuale, quando è solo tu e il tuo mentor, puoi sempre trovare una scusa. “Non l’ho fatto perché è successo questo”, “Ho avuto una settimana difficile”, “Non mi sentivo pronto”. E va bene, succede, si riprogramma, si va avanti.

    Ma quando devi presentarti davanti a quattro persone che contano su di te, che si sono impegnate esattamente come hai fatto tu, che stanno facendo il loro percorso in parallelo al tuo? Lì l’opossum ha vita davvero dura.

    Perché se non fai quello che hai detto che avresti fatto, non stai tradendo solo il tuo impegno personale. Stai tradendo il patto del gruppo. E nessuno vuole essere quello che è rimasto fermo mentre tutti gli altri si sono mossi. Questa pressione positiva, questo senso di responsabilità condivisa, è dieci volte più forte di qualsiasi deadline tu possa darti da solo o di qualsiasi reminder che ti possa mandare un mentor.

    Gratitudine e benzina: cosa mi porto a casa davvero

    Una nota personale, che forse non c’entra niente con un articolo che racconta un’esperienza professionale, ma che invece secondo me c’entra tutto. Da questi due mastermind a Genova mi porto a casa due cose molto precise: gratitudine e benzina.

    La gratitudine è verso tante persone e anche verso me stessa, e no, non è un discorso motivazionale stile “devi amarti e credere in te”. È una gratitudine concreta verso me stessa che ho creduto nel rendere questo lavoro “inesistente” reale e concreto. Perché diciamocelo chiaramente: la business mentor per libere professioniste o aspiranti tali che ti aiuta a superare l’ansia da prezzo e a smettere di fare l’opossum non è esattamente una categoria professionale riconosciuta dall’INPS. Non è che alle superiori avevo l’opzione “smascheratrice di scuse creative” come possibile carriera futura. Eppure eccomi qui, e funziona.

    Gratitudine verso Monia e Samuele di Konnecta che mi hanno affidato questo gruppo senza conoscermi davvero, che hanno creduto che potessi guidare queste persone anche se non le conoscevo, anche se era tutto nuovo, anche se avrei potuto fare un disastro (non l’ho fatto, ma avrei potuto). Mi hanno dato fiducia e io ho cercato di non tradirla.

    Gratitudine verso queste dieci persone, cinque del primo gruppo e cinque del secondo, che si sono fatte condurre attraverso le loro paure e opposizioni. Che hanno accettato di mettersi in gioco davvero, di essere vulnerabili davanti a sconosciuti, di dire ad alta voce “ok, forse sto facendo l’opossum su questa cosa e ho bisogno di aiuto per smettere”. Ci vuole coraggio per farlo, molto più coraggio di quello che serve per continuare a nascondersi dietro le proprie scuse eleganti.

    E c’è una gratitudine che forse suona strana, ma è vera e importante: gratitudine verso chi in questi mesi mi ha fatto dubitare di me e delle mie capacità. Perché grazie a quei momenti, a quelle persone che mi hanno fatto sentire “ma chi ti credi di essere per fare questo lavoro”, ho potuto capire molto di più su me stessa. Ho potuto migliorare nel mio lavoro, affinare il mio metodo, ma soprattutto ho potuto affinare la mia capacità di scegliere a chi aprire il cuore e a chi donare la mia professionalità.

    Perché questo lavoro è anche questo: scegliere. Scegliere con chi lavorare, scegliere a chi dare energia, scegliere dove investire il proprio tempo e la propria competenza. Non posso lavorare con tutti, non posso aiutare tutti, e va bene così. Devo scegliere le persone che vogliono davvero fare il lavoro, non quelle che cercano la bacchetta magica o la soluzione rapida che non richiede sforzo.

    E poi c’è la benzina. La benzina è quella sensazione fisica che mi riempie il petto quando esco da tre ore di lavoro intenso e mi sento piena. Non stanca, piena. Piena di idee, piena di energia, piena di voglia di fare ancora. È quella sensazione che ti dice “sì, questo è il lavoro giusto per me, questo è quello che voglio continuare a fare”.

    La benzina è la voglia di credere ancora nelle persone quando sarebbe più facile diventare cinica. Nel loro potenziale che spesso non vedono, nella loro capacità di crescere e progredire quando trovano l’ambiente giusto e le persone giuste intorno. La benzina è l’impegnarmi non per un ritorno economico immediato, ma per un ritorno umano e sociale che vale molto di più.

    Vedere le persone cambiare sotto i tuoi occhi. Vedere le loro facce quando capiscono qualcosa di nuovo su se stesse, quando si accende quella lampadina e pensi “ecco, adesso ha capito davvero”. Vedere le connessioni nascere tra persone che non si conoscevano, le collaborazioni prendere forma, le idee evolvere da abbozzi confusi a progetti concreti. Questa è la benzina che mi tiene in moto ogni giorno, che mi fa alzare la mattina con voglia di lavorare, che mi fa dire di sì quando mi chiedono “puoi fare un’altra mastermind?”.

    Se vuoi saperne di più (ma senza pressione)

    Le mastermind di Konnecta a Genova continuano, e se quello che hai letto ti risuona e ti stai chiedendo come partecipare ai prossimi eventi, puoi seguire Konnecta su Instagram @konnecta.people o visitare il loro sito. Sono persone vere che costruiscono connessioni vere, e vale la pena esserci.

    Se invece ti stai chiedendo se io lavoro anche con gruppi nel mio percorso di mentoring, la risposta è sì. Le mastermind mensili sono una parte centrale di come lavoro con le miei clienti in Opossum Express, proprio perché ho visto quanto sono potenti. Ma non sono l’unica cosa che facciamo, c’è anche il mentoring individuale, il lavoro sul pricing, sulla struttura del business, su come smettere di fare l’opossum in tutte le sue forme creative. Se vuoi saperne di più, scrivimi. Se non vuoi, va bene lo stesso. Non sono qui per venderti niente, sono qui per raccontarti una storia vera di cosa succede quando metti delle persone vere intorno a un tavolo e le fai parlare davvero.

    Domande che probabilmente ti stai facendo

    Quanto costa partecipare a una mastermind? Dipende da chi la organizza e dal formato. Per le mastermind di Konnecta, segui i loro canali per informazioni aggiornate sui prossimi eventi e sui costi. Ogni organizzatore struttura le proprie mastermind in modo diverso.

    Una mastermind è diversa dal mentoring individuale? Sì e no. Sono due strumenti diversi e complementari. Nel mentoring individuale lavori in profondità sui tuoi blocchi specifici, sulle tue resistenze personali, sulla tua situazione particolare con qualcuno che ti conosce bene e può guidarti in modo personalizzato. In una mastermind lavori con un gruppo di pari che si supportano a vicenda, guidati da un facilitatore. La magia sta nell’effetto specchio del gruppo e nella responsabilità condivisa. Nel mio programma di mentoring ci sono entrambe le cose proprio perché servono entrambe.

    Come faccio a sapere se una mastermind fa per me? È adatta a te se ti riconosci in queste situazioni: lavori da solo e hai bisogno di confronto con altri professionisti, hai progetti in sospeso che continuano a rimandare, ti serve responsabilità condivisa per muoverti davvero, vuoi connessioni vere e non il solito networking superficiale dove ci si scambia il biglietto da visita e ci si dimentica il giorno dopo. Se tendi a fare l’opossum sulle decisioni importanti del tuo business, allora sì, assolutamente una mastermind può aiutarti.

    Devo per forza portare un’idea già definita e strutturata? Assolutamente no! Puoi portare anche un’idea abbozzata, un dubbio grosso come una casa, una sfida professionale su cui sei bloccato. L’importante è la voglia vera di mettersi in gioco e di ascoltare feedback anche quando sono scomodi. Se cerchi solo persone che ti dicano “brava, vai così”, una mastermind probabilmente non è il posto giusto per te.

    Quante persone partecipano di solito a una mastermind? Il numero ideale secondo me è 5-6 persone. Abbastanza per avere diversità di prospettive, competenze diverse, modi di pensare diversi, ma non così tante da non avere il tempo materiale di lavorare approfonditamente sul progetto di ognuno. Con più di 6-7 persone diventa difficile dare a tutti lo spazio necessario.

    Le mastermind sono solo per chi ha già un business avviato da anni? No! Anzi, spesso sono utili soprattutto per chi sta iniziando proprio perché è all’inizio che hai più bisogno di confronto per evitare di prendere strade sbagliate o di perdere mesi (a volte anni) sui dettagli completamente inutili. Il bello del gruppo misto è proprio questo: chi è più avanti aiuta chi è all’inizio, e chi è all’inizio porta domande fresche che fanno riflettere anche chi è più avanti.

    Cosa succede se non riesco a fare le azioni che mi ero impegnato a fare? Il gruppo è lì per sostenerti, non per giudicarti o farti sentire inadeguato. Ma la responsabilità verso le altre persone ti aiuta a capire una cosa fondamentale: stai davvero facendo l’opossum (cioè stai evitando per paura, insicurezza, perfezionismo) oppure ci sono ostacoli reali che ti stanno bloccando? Il gruppo ti aiuta a distinguere le scuse dalle difficoltà vere, e questa è una cosa che da soli è difficilissimo fare perché siamo tutti bravissimi a raccontarci storie.

    P.S. Se leggendo questo articolo hai pensato anche solo per un secondo “ecco, sto facendo esattamente l’opossum su quella cosa”… forse è davvero il momento di fare qualcosa al riguardo. E no, “ci penso domani” non conta come azione. Lo sai anche tu.

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